Ogni fine è un nuovo inizio

In Follie di Brooklin (Paul Auster) viene raccontato un aneddoto della vita di Kafka. Passeggiando nel parco, un giorno lo scrittore incontra una bambina disperata perché aveva perso la sua bambola. Così egli inizia a consolarla inventando una storia che le spiegasse quello che era successo. Le dice di aver ricevuto una lettera in cui la bambola diceva che era partita in cerca di avventure e le da appuntamento al giorno dopo per mostrarle e leggerle la missiva. Egli torna a casa e inizia a scrivere la lettera, o meglio le lettere perchè per le tre settimane successive Kafka, uno degli scrittori più geniali che siano mai vissuti, compone lettere immaginarie in cui una bambola smarrita racconta alla sua padroncina come

“ diventa grande, va a scuola, conosce altre persone. Continua a ripetere che le vuole bene, ma allude a certe complicazioni che le rendono impossibile il ritorno. A poco a poco Kafka prepara la bambina per il momento in cui  sparirà dalla sua vita per sempre. E poi, nell’ultima riga la bambola dice addio alla sua vecchia e affezionata amica. Ma a questo punto la bambina non sente più la mancanza della bambola.”

Che cosa è successo?

Kafka le ha dato una storia, un contenitore dove poter mettere il proprio dolore e trasformarlo. Poteva comprarle un altra bambola, certo sarebbe stato meno faticoso che scrivere ogni giorno una lettera diversa e una nuova storia, ma non avrebbe avuto lo stesso effetto. Probabilmente la bambina avrebbe solo sostituito quel possesso perduto compensandolo con la nuova bambola. E non avrebbe avuto modo di sentire, pensare e trasformare in qualcos’altro la tristezza di quella perdita che, nascosta tra le curve del tempo che passa, ogni volta sarebbe tornata uguale ad allora.

Qualche anno fa quando qualcuno dei miei amici veniva lasciato dal fidanzato o dalla fidanzata e brancolava nella depressione più oscura, mi piaceva consolarli con una frase che avevo sentito in un film. Per carità, niente kubrick o woody allen, era una di quelle commedie italiane anni 90, ma la frase mi aveva colpita. Più o meno diceva così: “I pigmei quando si lasciano fanno festa per 3 giorni perchè significa che potranno innamorarsi di nuovo”. La cosa bella di questa frase era l’accento sulla speranza: per un momento potevi volgere lo sguardo verso il futuro, verso qualcosa di diverso della coltre nera del dolore.

Impantanati nella disperazione, quando stiamo male e il nostro mondo crolla e noi crolliamo insieme ad esso chiudiamo gli occhi. Ma poi arriva il momento di riaprirli e vedere che ogni separazione, ogni lutto oltre al dolore ha in sé la possibilità.

La possibilità di un nuovo inizio, di una nuova identità, di un nuovo percorso. Lo spazio del vuoto è uno spazio creativo perchè ci consente di andare in qualsiasi direzione. Ci vuole tempo per scorgerlo.

Purtroppo.

Per fortuna.

Saremo fortunati se sulla strada della vita troveremo dei Kafka che ci aiuteranno a dare un senso ai nostri dolori e a scrivere una nuova storia per noi stessi.

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