Allievi nei secoli dei secoli

Il normale ciclo evolutivo vuole che da un gradino basso dell’evoluzione, sia essa fisica, psicologica o culturale, si arrivi procedendo per gradi ad un livello più elevato, la cosiddetta “maturità”.

Questo, più o meno, succede nella vita.

Dunque da neonati si diventa adulti, da ignoranti si diventa colti, da novellini si diventa professionisti. Questo percorso di crescita è accompagnato da figure che forniscono insegnamento e esperienza, oltre che appoggio, affinchè il nostro sviluppo si realizzi al suo massimo. Il ruolo dei genitori, di insegnanti, mentori, superiori al lavoro è fondamentale innanzitutto per l’evoluzione dell’individuo ma anche per il proseguimento della società.

C’è un ambito in cui però questo meccanismo si è inceppato ed è quello della psicoterapia italiana. Le mie riflessioni non hanno una base statistica, non ho numeri a confortare questa idea, solo esperienze personali e dei molti colleghi con cui mi capita spesso di parlare, quindi possono essere (anzi spero che lo siano!) smentite in qualsiasi momento.

Nella formazione in psicoterapia cioè nelle scuole di specializzazione, arriva un momento, solitamente collocabile alla fine dei 4 anni, in cui la persona non avanza più, arresta il suo sviluppo personale. Non diventa un professionista, neanche dopo la faticosa conquista del diploma, non può essere considerato alla pari dei suoi maestri, non raggiunge la maturità intellettiva ne tantomeno quella pratica: rimane indissolubilmente un allievo. E come tale verrà trattato da chi ha contribuito a formarlo anche a distanza di anni, anche se nel frattempo lavora (da altre parti perchè come recita l’adagio “nemo profeta in patria”), anche se ne è stata riconosciuta la preparazione avendo finito con profitto il corso di studi.

Ed è proprio qui l’inghippo, la lode e il riconoscimento vengono dati solo, o prevalentamente, nel compimento di esami, corsi di formazione, seminari, in qualunque caso in cui il rapporto sia tra uno in posizione up e l’altro in posizione down.

La parità tra collega formatore e formante (a fine formazione) non esiste o esiste solo a costo di enorme fatica e ribellioni iniziali.

Dunque assistiamo a colleghi più anziani, che contribuiscono ogni anno a formare centinaia di altri colleghi più giovani, che lasciano poco o per niente spazio nel lavoro, quello vero, che sia clinico, di ricerca o teorico. E non contesto la loro preparazione e bravura, anzi ringrazio ognuno di quelli che ho avuto l’onore di seguire per le cose che mi hanno insegnato, ma arrivati ad un certo punto non si è mai abbastanza preparati e pronti per mettere in pratica quello che ci hanno insegnato.

Come se non sapessero che in questo come in altri lavori più fai e più diventi bravo. Quindi l’unica soluzione è andarsene, anche sbattendo la porta, e trovare la propria strada da soli, non coltivando più l’illusione che quelli prima di te la lascino come si fa con il testimone nelle staffette.

Certe volte quel testimone va strappato dalle mani di chi non vuole mollarlo o cercare qualcuno che, soddisfatto del proprio pezzo di corsa fatto, lo consegni ad un altro che lo possa portare ancora più lontano.

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